23 NOVEMBRE 1980-LA PIAGA SPACCATA DALLA FAGLIA

Cava dè Tirreni, 23 novembre 2020

NESSUNA EPOCA E’ UNA STORIA DI IMMACOLATE VIRTU’,

VUOI A CAUSA DI UOMINI INGORDI E GUERRAFONDAI

VUOI PER LE FATALITA’, CHE ACCADONO, COME ACCADE LA VITA.

QUARANT’ANNI FA, IL TERREMOTO DELL’80 SCONVOLSE L’ITALIA DEL CENTRO SUD.

Il ricordo di quei minuti di orrore resta vivo anche in noi,

e in tutti coloro che hanno vissuto quella inattesa serata di sassi.

Ce ne sono stati altri, prima e dopo di allora, purtroppo, ma il terremoto dell’80 fu sconvolgente non solo per l’intensità della scossa, ma soprattutto per il ritardo e la disorganizzazione dei soccorsi. I paesi colpiti sono quelli di montagna, erano nomi sconosciuti, con strade inerpicate, alcuni difficili da raggiungere. Era già buio il 23 novembre alle ore 19,34, e non c’erano molte luci a illuminare le strade del 1980, e non c’era il cellulare, e non c’era internet, le notizie non passavano istantanee come ora, e crollarono anche le sedi dei Comuni in alcuni dei paesi colpiti quella sera dalla triste storia. Io mi trovavo a casa di amici proprio in uno di quei paesi, Monte S.Giacomo, vicino Teggiano, avevo la bambina di un anno, giocava con un finto cagnolone gigante nella grande sala della casa al secondo piano di una palazzina. Era una domenica di tempo assolato, e dopo la forte scossa, nel fuggi fuggi generale decidemmo di tornare a casa, a Cava dè Tirreni, un pò di chilometri di distanza. Fu un viaggio folle, di tremori e occhi puntati oltre i fari della 127 verde, nel cuore la paura di ponti crollati, il pensiero a casa, ai genitori, ai fratelli, alla loro sorte e alla loro attesa. La radiolina in macchina con la ricezione difettosa non diceva molte cose. Quasi, la percezione era che eravamo noi ad essere molto ansiosi. In realtà, fino al martedì 25, quando un elicottero, forse militare, si aggirò nel cielo delle zone colpite, pochi sapevano che molti di quei paesi erano spariti, rasi al suolo, devastati. Da allora anche il resto del mondo ebbe per giorni gli occhi ostruiti da macerie e dai volti scavati dei sopravvissuti che gridavano il dolore delle perdite e della devastazione. Noi siamo tra i fortunati che raggiunsero casa e i nostri cari. Furono molte le notti in cui dormimmo in macchina. Il garage era adiacente ad altri locali, tutti su un solo livello, usati come deposito, e lì, tra materiali vari, ospitammo molti del vicinato. Così accampati, arredo improvvisato, solidali nella tragedia, operosi per le necessità, chiedevamo pietà a quella terra che non voleva smettere di tremare, pareva di essere sul set di un film dove si attende una catastrofe imminente. Sapevamo che serviva ripristinare ciò che era stato perduto, ricostruire tutto, anche i cuori, l’economia, l’appartenenza al territorio, e tra le solite difficoltà di un paese solito alla corruzione e sepolto dalla burocrazia, molto è stato fatto, ma non subito. “le ferite lasciate non dormiranno nelle notti di quiete, languiranno nei cuori con l’odore putrido di polvere e corpi spezzati”. Versi di una mia poesia.

Mi piace ricordare che dopo quel disastro, la Protezione Civile, organismo già istituito in Italia ma solo in teoria, divenne un compartimento attrezzato, preparato e organizzato a prestare soccorso, ovunque sul territorio, in caso di calamità.

E per chi ancora non lo ha letto,

vi invito alla lettura di pagine scritte nel volume Oltre le pietre.

Un libro edito su iniziativa del Maric, che contiene racconti, e immagini del terremoto di Accumoli,

scritto dagli associati al Movimento, rivolto a tutti,

perchè vuole essere uno slancio alla riflessione e alla necessità di guardare al futuro.

anche “Oltre le pietre”.

Teresa d. – Quel boato certe volte rimbomba violento…  (Mi riesce difficile ultimamente essere frivola, eppure lo ero. La frivolezza che avevo era per mettere a tacere la serietà o la gravità di certe cose della vita, per superarle forse, oppure disprezzarle. Non saprei. E dire che la frase di Oscar Wilde ” Le donne che hanno buonsenso sono così curiosamente insignificanti”, mi urta un pò, anche se quel “curiosamente” mi rende quasi orgogliosa).

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